Guglielmo Miriello
Tutto è cominciato con un equivoco fortunato. A 13 anni Guglielmo Miriello voleva fare lo chef, e si era iscritto all'Istituto Alberghiero proprio con quell'idea in testa. Ma in cucina, racconta, non lo lasciavano cucinare. Così cominciò a guardare verso il bancone dall'altra parte. Quel passo laterale è oggi una delle storie più solide della mixology italiana.Nato a Crispiano, in provincia di Taranto, nel 1980, Guglielmo porta con sé il sole della Puglia e una dote rara: sa stare in cucina e sa stare al bar, e da qui costruisce un linguaggio ibrido che diventerà la sua firma. La svolta è l'incontro con Marco Sumerano al Glass di Legnano, poi i corsi alla 3F Bartending Academy — la scuola che ha formato anche Agostino Perrone e Lorenzo Bianchi — e dal 2005 sette anni al Columbus di Peschiera Borromeo, progetto di Stefano Lascatti. Da lì il percorso non si ferma più: il Bulgari Hotel di Milano, l'apertura dell'Excelsior Hotel Gallia in Galleria, e il riconoscimento internazionale.Nel 2010 è tra i dieci finalisti mondiali dell'Innovative Drink of the Year Contest di New York. Nel 2011 vince la sezione italiana della Diageo World Class Competition e rappresenta l'Italia alla finale mondiale di New Delhi. La consacrazione gli apre le porte dell'Asia: nel 2012 è a Shanghai, bar manager allo Sugar Bar del ristorante stellato Maison Pourcel — un anno e mezzo che chiama, con sobrietà chirurgica, «la prima vera prova di responsabilità».Tornato in Italia nel 2013, Guglielmo è tra i protagonisti dell'apertura di Dry Milano, primo locale italiano a unire pizza gourmet e mixology d'autore in un format di lusso accessibile. Dal 2017 guida il bar del Ceresio 7, il rooftop firmato dai fratelli Caten di Dsquared2: sotto la sua direzione il locale entra tra i quattro migliori italiani in Europa nello Spirited Awards di Tales of the Cocktail 2019.Dal novembre 2021 è Director of Mandarin Garden al Mandarin Oriental Milan, dove lavora a stretto contatto con l'Executive Chef bistellato Antonio Guida. Nel 2022 firma la drink list "Around the World in 80 Days" — 11 cocktail, una per ogni stecca del ventaglio iconico di Mandarin Oriental — e trasforma il Mandarin Garden in uno dei riferimenti più riconoscibili della mixology d'hotellerie milanese. Tra i suoi signature più amati: Love in Portofino, il Vintage Negroni e una versione personale del French 75 servita rigorosamente in coppa, mai in flûte.«Nei cocktail cerco un'idea, mai solo un gusto», dice Guglielmo. «Testa, cuore, anima». Tre ingredienti che, come tutti i grandi drink, restano gli stessi anche dopo vent'anni dietro al bancone.